di Alessandro Freddi
(segue: 13. Il prezzo del leone)
Nel 594 avanti Cristo, Solone salì sulla tribuna di Atene e pronunciò la parola che avrebbe cambiato la storia della città. Nell’Atene arcaica, il piccolo proprietario indebitato non perdeva subito la terra: continuava a coltivarla, ma era vincolato a versare al creditore una parte fissa del raccolto, mentre un cippo di pietra, l’horos, piantato ai margini del campo segnalava pubblicamente quel vincolo, come una sorta di ipoteca iscritta a cielo aperto. Se il debito restava insoluto, era la persona stessa del debitore, o i suoi familiari, a rischiare la schiavitù: ridotta in servitù presso il creditore, oppure venduta fuori dall’Attica. Solone abolì entrambe le cose insieme: fece rimuovere i cippi, restituendo ai contadini il pieno possesso dei campi e del raccolto, e liberò chi era caduto in schiavitù per debito, facendo persino riscattare, secondo alcune fonti, gli ateniesi venduti all’estero. La chiamò seisachtheia: scuotimento dei pesi. Nei frammenti poetici che ci restano, descrive quell’atto con la precisione di chi sa di aver fatto qualcosa di irripetibile: «Ho rimosso i cippi di confine da molti luoghi, dove la terra era in schiavitù, e la terra che prima era schiava è ora libera» — «schiava», nella sua immagine, perché anche la terra era vincolata a servire un padrone diverso da chi la lavorava.
Le sue leggi non crearono alcun meccanismo stabile di remissione periodica dei debiti. Fu un atto fondativo, eccezionale, e basta. Dopo Solone, ad Atene, nessun reset.
Questa è la scena da cui vale la pena partire per capire un pezzo di storia che di solito si racconta al contrario, come se il problema del mondo antico fosse stato l’invenzione del debito. Il problema non era il debito. Era la sua mancanza di scadenza.
Un prestito preso a metà
Il mondo greco sviluppò strumenti del credito molto simili a quelli già diffusi nel Vicino Oriente (tassi di interesse, contratti, meccanismi di pignoramento) ma non sviluppò, con la stessa sistematicità, un’istituzione periodica di remissione dei debiti. Che questo dipenda da una trasmissione incompleta o da un percorso storico autonomo resta discusso; il risultato storico, però, fu questo.
A Sumer e a Babilonia, quando il debito privato minacciava di dissolvere il tessuto sociale (contadini che perdevano i campi, poi i figli, poi la moglie, ceduti come garanzia a un creditore), il re proclamava periodicamente editti di remissione (i mīšarum, gli andurārum): decreti che azzeravano i debiti personali e restituivano le terre confiscate. Non era generosità. Era manutenzione del potere: una popolazione indebitata smetteva di pagare le tasse, di prestare servizio militare, di coltivare i campi. Il re, garante di un ordine voluto dagli dèi, ristabiliva quell’ordine cancellando i conti e lo faceva più volte nel corso di un regno, come un meccanico che controlla periodicamente la pressione di una caldaia.
La seisachtheia di Solone svolgeva una funzione sorprendentemente simile a quei decreti mesopotamici, pur nascendo in un contesto politico completamente diverso, e senza che si possa dimostrare un’influenza diretta: gli storici discutono ancora se Solone conoscesse quelle tradizioni vicino-orientali o se sia arrivato a una soluzione analoga per conto proprio, spinto dalla stessa emergenza: il collasso sociale prodotto da un debito che si accumula senza freno. Ma Solone trattò il proprio rimedio come un atto unico, non come un’istituzione. Non promise che sarebbe accaduto di nuovo. Ed è qui che si apre la differenza più interessante.
Perché nessuno ripeté il gesto
Il re sumero azzerava i debiti perché la sua funzione stessa era di custodire e restaurare periodicamente l’ordine che gli dèi avevano affidato alla città. Il tempo, in quella cosmologia, era ciclico: la realtà si muoveva per grandi cicli di accumulo e di azzeramento, e il reset era la forma economica di quel ritmo. Ad Atene, la polis non aveva un re-sacerdote che incarnasse un ordine cosmico da ristabilire a scadenze regolari. Aveva cittadini, magistrati, un’assemblea che decideva, non un rito che si ripeteva. Questa differenza riflette certamente una diversa concezione dell’autorità politica — un re-sacerdote non è un magistrato eletto — ma sembra anche rispecchiare, nel percorso di questo libro, un diverso rapporto tra ordine civile e ordine cosmico: dove il potere del sovrano è la periodicità del reset, il reset resta legato a chi detiene quel potere; dove il potere è distribuito tra cittadini e assemblee, manca proprio l’attore a cui spetterebbe il compito di ripetere il gesto.
Il risultato fu che il debito greco, e poi quello romano, si sviluppò senza un meccanismo di reset periodico paragonabile a quello mesopotamico: uno strumento tecnico analogo a quello di una cosmologia a cui apparteneva anche il meccanismo che lo rendeva sopportabile, senza sviluppare, con la stessa sistematicità, anche quel meccanismo.
Il prezzo pagato dai fratelli Gracco
Gli effetti si videro già nel II secolo avanti Cristo, a Roma. Plutarco, nella Vita di Tiberio Gracco, descrive con precisione documentaria la crisi agraria dell’Italia repubblicana: i ricchi occupavano la terra pubblica servendosi di prestanome, la coltivavano con schiavi al posto dei lavoratori liberi, e i poveri, scacciati dalle loro proprietà, smettevano di prestarsi al servizio militare e trascuravano l’educazione dei figli. Era lo stesso processo che Sumeria e Babilonia avevano affrontato tremila anni prima. Roma non era rimasta inerte di fronte al problema: già nel 326 a.C. la lex Poetelia Papiria aveva abolito il nexum, la forma arcaica di schiavitù per debiti che permetteva al creditore di ridurre in servitù il debitore insolvente; altre leggi nei secoli successivi intervennero sui tassi d’interesse e sulle condizioni del credito. Roma sviluppò insomma diversi strumenti giuridici per limitare gli eccessi dell’indebitamento, ma mai un’istituzione periodica di cancellazione generale dei debiti paragonabile ai decreti mesopotamici. L’unico rimedio strutturale rimasto sul tavolo era politico — la riforma agraria — e fu tentato, e naufragò nel sangue.
Il discorso di Tiberio al popolo, tramandato da Plutarco, resta una delle formulazioni più rilevanti che l’antichità ci abbia lasciato sull’ingiustizia di un debito senza scadenza: «Gli animali selvaggi che vivono in Italia hanno ciascuno una tana, un covo, un rifugio, mentre coloro che combattono e muoiono per l’Italia non hanno nient’altro che l’aria e la luce e vagano con i figli e con le mogli, senza casa e senza fissa dimora». Con «Italia», Tiberio non intendeva una nazione nel senso moderno del termine, ma la penisola sotto il controllo di Roma e dei suoi alleati italici: gli stessi che, insieme ai cittadini romani, fornivano le truppe alle legioni senza possedere la terra per cui combattevano. Tiberio fu ucciso da un gruppo di senatori nell’assemblea popolare stessa. La riforma fu sepolta con lui. Il processo di concentrazione della terra continuò.
Non è un caso isolato, ed è per questo che vale la pena raccontarlo insieme al gesto di Solone: sono due varianti dello stesso problema strutturale. Il mondo greco-romano presentava strumenti tecnici del debito per molti versi analoghi a quelli mesopotamici, senza però sviluppare, nella stessa forma sistematica, la loro contropartita istituzionale: un’autorità incaricata di azzerarli a intervalli regolari, non solo di correggerne gli abusi più gravi caso per caso. Un debito senza scadenza istituzionale, prima o poi, comincia a mangiarsi la carne viva della società che lo ha generato.
Cosa manca ancora
Solone aveva capito il problema e trovato un rimedio efficace, ma lo aveva pensato come un evento, non come un’istituzione. Roma costruirà, nei secoli successivi, lo strumento giuridico più universale che il mondo antico avesse mai concepito, e correggerà via via i suoi abusi più gravi, ma non arriverà mai a un meccanismo di cancellazione periodica e generale. In entrambi i casi manca la stessa cosa: non l’assenza di ogni rimedio, ma l’assenza di un’istituzione capace di renderlo automatico, ricorrente, sottratto all’arbitrio del singolo magistrato o alla necessità di una crisi acuta prima di intervenire.
Nella storia che stiamo seguendo, la risposta più compiuta a questo problema emergerà nella tradizione biblica del Giubileo — un testo, va detto, ben più antico di Roma repubblicana, non un’invenzione tarda — e poi, in una forma radicalmente diversa, nella teologia cristiana del debito universale verso Dio. Per la prima volta, il reset del debito non sarà più soltanto la scelta occasionale di un governante. È lì che il debito comincerà a essere pensato non più come un problema tra privati, ma come un problema di tutta l’umanità.
(segue)
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Fonti
Finley, Moses I., L’economia degli antichi e dei moderni, Laterza, Roma-Bari 2008.
Hudson, Michael, …and forgive them their debts: Lending, Foreclosure and Redemption from Bronze Age Finance to the Jubilee Year, ISLET-Verlag, Dresden 2018.
Plutarco, Vita di Tiberio Gracco, capp. 8-10, in Vite parallele, vol. V, a cura di Gabriele Marasco, UTET, Torino 1994.
Tito Livio, Ab Urbe Condita, VIII.28 (sulla lex Poetelia Papiria).
Da Dio al Mercato
Sinossi
Da Dio al Mercato non sostiene che il Capitalismo abbia preso in prestito il linguaggio religioso. Sostiene l’opposto: che il Capitalismo è una religione che ha adottato il linguaggio economico — una struttura teologica secolarizzata, radicata nella cosmologia cristiana medievale. L’argomento segue il frammento di Walter Benjamin del 1921, Kapitalismus als Religion, letto insieme alla teologia politica di Carl Schmitt e al lavoro di Giorgio Agamben intitolato Il Regno e la Gloria: Per una genealogia teologica dell’economia e del governo (2007).
La teologia cristiana ha ereditato l’idea di un debito universale e ne ha promesso l’azzeramento, il Giubileo, alla fine dei tempi. Il Capitalismo mantiene il debito, ma ne rinvia l’azzeramento all’infinito. Quel rinvio è la condizione cosmologica che rende possibile l’accumulazione indefinita: non un sistema guasto, ma un sistema che funziona esattamente come previsto.
La serie procede dalla mitologia omerica alla Singolarità tecnologica, pubblicata in forma seriale, un saggio alla volta. Capitalismo e Mercato compaiono sempre in maiuscolo in quanto scelta teorica: in questo argomento, stanno accanto a Dio come nomi dello stesso ordine di cose.
Indice articoli pubblicati
3. Achille, kleos e Capitalismo
4. Il banchetto e il contratto
9. Quando “economia” significava un’altra cosa
10. Due eredità, un solo Capitalismo
11. Il tempio dove Roma scambiava le sue quote
12. La strada che portava soldi
14. L’uomo che cancellò i debiti una sola volta




